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Matteo Parenzan con il boarding pass per TokyoAccedere a poco meno di 18 anni alle Paralimpiadi è impresa per pochi eletti. Fra loro c’è anche Matteo Parenzan, studente al quarto anno del Liceo Carducci Dante a indirizzo socio-economico di Trieste, che al Torneo Mondiale di Qualificazione Paralimpica di Lasko, in Slovenia, si è imposto in classe 6. Il presidente Renato Di Napoli, a nome del Consiglio Federale, si è complimentato con il direttore tecnico Alessandro Arcigli per il risultato raggiunto. Parenzan è diventato il pongista italiano più giovane della storia protagonista ai Giochi, proprio come era stato il più giovane campione tricolore assoluto di sempre all’età di 13 anni. Evviva la precocità.

Ciao Matteo, complimentissimi, raccontaci un po’ l’avvicinamento al torneo di Lasko, che avrebbe dovuto essere dal 9 all’11 aprile del 2020 ed è stato spostato di oltre un anno.

«L’attesa è stata lunga, ma io ho avuto la fortuna di non interrompere mai la mia preparazione. Anche durante il periodo del lockdown più duro, quando non si poteva uscire di casa, la mia società, l’Ask Kras, mi ha messo a disposizione un tavolo e il robot sparapalline, per cui ho continuato ad allenarmi in garage. Appena è stato possibile tornare in palestra ho ripreso l’attività con il tecnico Dusan Michalka e gli altri atleti del club e nel fine settimana andavo al Centro Federale di Lignano Sabbiadoro, dove trovavo lo staff tecnico, con il direttore tecnico Alessandro Arcigli e il tecnico Donato Gallo e con gli sparring Massimo Pischiutti e Vladislav Sorbalo, e i compagni della Nazionale. Mi sono state molto utili anche le sessioni che ho svolto con il tecnico Marino Filipas, la scorsa estate e poi durante l’anno. Tutti sono stati importanti per permettermi di crescere e arrivare a centrare l’obiettivo».

Un percorso complicato dal Covid-19?

«Esattamente, a novembre e a dicembre. Ho avuto febbre e mal di gola e anche delle piccole conseguenze polmonari, che mi comportavano il respiro affannoso. Proseguire gli allenamenti con l’intensità precedente era impossibile e abbiamo dovuto rivedere i ritmi d’impegno. I mesi di gennaio, febbraio e marzo sono stati molto difficili per me, perché fisicamente non stavo bene e questo influenzava molto la mia mentalità. Pian piano, grazie all’aiuto di tutto lo staff e anche della mia famiglia, che mi ha incoraggiato a continuare a spingere, ne sono uscito e ora a giugno ho conquistato questo biglietto per Tokyo, che è un bellissimo regalo per i 18 anni che compirò il 23 giugno».

Quest’anno il tuo rientro alle gare è avvenuto in campionato?

«Il Kras mi ha proposto di giocare in serie B2, con la squadra che poi è stata promossa, e mi sono messo a disposizione contro atleti più forti di me fisicamente e più alti nel ranking. Sono riuscito a vincere tre partite su nove, che mi hanno aiutato molto a livello di autostima, dopo un anno d’inattività».

Poi sono venuti gli attesi Campionati Italiani di Cadelbosco di Sopra?

«È stato bello tornare a confrontarsi fra atleti paralimpici, non accadeva dai tricolori di Verona di maggio del 2019. Era la prima volta che partivo come testa di serie numero 1 e dunque la pressione era maggiore rispetto agli altri anni, però sono riuscito a gestirla bene. In finale ho avuto qualche problema, perché Raimondo Alecci ha disputato una grande partita. Ho avuto complessivamente dei buoni riscontri che mi hanno fatto continuare a lavorare con intensità e fiducia prima di partire per Lasko».

Con quali aspettative sei arrivato in Slovenia?

«Ero consapevole che mi ero preparato al massimo, con moltissime ore trascorse in palestra, per ripetere gli esercizi tecnici e assimilare le varie tattiche. Avevo fiducia in me stesso e questo penso che sia stato il fulcro del risultato che ho ottenuto. A Lasko sono venuto per giocare per la vittoria, come del resto tutti coloro che erano presenti. Il girone si è rivelato subito impegnativo, dal momento che il giapponese Kazuki Shichino, che ho affrontato in quella fase, poi è approdato in finale».

In tabellone all’inizio hai faticato contro lo svedese Michael Robert Oskar Azulay?

«Era uno scoglio duro, perché non lo avevo mai battuto. Oltre a ciò, nel girone aveva eliminato la testa di serie numero 1, il cileno Cristian Dettoni e si era dunque confermato un osso duro. Rispetto al nostro ultimo confronto, però, io sono migliorato molto. In avvio ho commesso qualche errore nel piazzamento delle palline e sono andato in svantaggio per 5-1. Ho dovuto resettare un po’ tutto e sono riuscito a imporre un break di 10-0 nel primo set e ad aggiudicarmi abbastanza agevolmente anche i due successivi. Se Azulay è un avversario che avevo già incrociato, in semifinale ho trovato per la prima volta lo spagnolo Alberto Seoane Alcazar».

Come ti sei trovato?

«Avevamo visto molti video per preparare la partita e sono entrato in campo molto carico mentalmente. Gli ho ceduto il primo set, perché ho commesso degli errori tecnici banali, per un po’ di tensione. Poi mi sono sciolto velocemente e sono stato molto freddo in alcuni momenti importanti. Questo aspetto ha destabilizzato lo spagnolo, che ha perso fiducia, e mi ha permesso di fare dei break significativi».

In finale temevi di riaffrontare Schichino?

«Sapevo che soffre molto il gioco corto, soprattutto i miei servizi sotto rete, e questo era un punto a mio favore. Ho iniziato il match senza pensare che lo avevo già battuto nel girone e che contro di lui in carriera non avevo mai perso. Ho faticato molto ed è stata una grande battaglia. Lui serve molto bene e con il puntino lungo sul rovescio spinge molto. Avrei dovuto farlo muovere, avendo lui dei problemi di stabilità, ma non era una tattica agevole da mettere in pratica. Penso che l’arma in più sia stata la mia solidità mentale e la convinzione di farcela».

Ora non vedi l’ora di rivedere la tua famiglia?

«Domani (oggi, ndr) torneremo a casa e riabbraccerò i miei familiari e gli amici che mi sono stati vicini».

Come ti immagini la partecipazione alle Paralimpiadi?

«Sarà una grande esperienza e ritengo di avere tutte le carte in regola per fare la mia figura. Andare ai Giochi per me, più che un obiettivo, era un sogno. Soltanto due anni fa sapevo che Tokyo è la capitale del Giappone e non avrei mai immaginato che proprio lì si sarebbe realizzata la mia massima aspirazione, che poi è quella di qualsiasi atleta. Ho incominciato a crederci quando ho visto che a livello internazionale stavo progredendo».

A chi dedichi la qualificazione?

«Alla mia famiglia (mamma Valentina, papà Michele e il fratello Giacomo, ndr), che mi è stata accanto sempre, nei momenti più belli e in quelli più bui, alla Federazione, allo staff tecnico, che mi ha dato la fiducia che ho cercato con tutte le mie forze di ripagare, agli altri atleti azzurri, al Kras e a tutti coloro che in qualche modo mi hanno supportato nella mia attività. Un pezzo di questo risultato è di tutti loro».

Dove metterai il boarding pass che ti hanno consegnato alla premiazione?

«Lo inquadrerò e rimarrà un fantastico ricordo per tutta la mia vita».