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Maria Paola Hachfeld con gruppo FITeTÈ entrata nel mondo pongistico come atleta, si sente, però, più che altro un tecnico. In questa veste esprime maggiormente la sua passione per il tennistavolo, che è diventato oggetto della sua tesi di laurea magistrale in Scienze e Tecniche dell’Attività Motoria Preventiva e Adattata. Il titolo del lavoro che ha contributo a garantirle la votazione di 110 e lode è “Sport, disabilità e inclusione: il tennistavolo come disciplina paralimpica e mezzo rieducativo”. Lei è Maria Paola Hachfeld, per tutti Mary, ed è tesserata per la Fortitudo Tennistavolo ASD Bologna, nonché componente del consiglio direttivo.

Ciao Mary, come hai conosciuto il nostro sport?

«Ho iniziato a praticarlo con mio papà quando ero piccolina, in modo molto incostante, a Napoli, dove sono nata, e ho partecipato ai Giochi Studenteschi, arrivando seconda in Campania. La svolta è stata quando mi sono trasferita per studiare a Bologna e casualmente all’apertura dell’Anno Accademico Sportivo del CUS Bologna ho trovato un tavolo da tennistavolo, che era stato montato dalla Fortitudo. C’era il presidente Franco Andriani, che mi ha detto che stavano cercando delle ragazze, per creare una squadra femminile, e mi ha invitata a iscrivermi. È nato tutto così. Ho giocato per qualche anno, arrivando a disputare il campionato di serie C. In realtà faccio ancora agonismo, ma ho scoperto la bellezza di fare il tecnico, ruolo al quale mi sento più affine. Ho conseguito il tesserino di primo livello e da luglio frequenterò il primo corso disponibile per diventare allenatore».

Di cosa ti occupi alla Fortitudo?

«Seguo da un paio d’anni il settore giovanile, i principianti e il settore paralimpico, che è quello della specializzazione della mia laurea. All’interno del Consiglio ho anche altri ruoli. Collaboro poi con il Comitato Italiano Paralimpico, che mi ha mandato alcuni atleti, che hanno disabilità molto diverse fra loro. Il prossimo anno proveremo a iscrivere, Covid-19 e tornei per classificarli permettendo, una squadra sia al campionato in carrozzina sia a quello in piedi e saremo l’unica società di Bologna e provincia, a esclusione del Lo Sport è Vita Onlus di Davide Scazzieri, a essere rappresentati. Al momento i miei atleti principali, con possibilità di disputare i campionati nella prossima stagione, sono Francesco in carrozzina e Mirco e Sergio in piedi e hanno tutti dei notevoli margini di miglioramento. A farmi amare l’attività di tecnico paralimpico è stato un pongista che ho allenato. Si chiamava Francesco Albeghini e purtroppo è mancato due anni fa a causa di un incidente d’auto. Per un anno tutte le sere ero stata in palestra con lui e la sua passione ha rafforzato l’interesse per la disabilità, che già sentivo dentro di me. Ho compreso sempre più fortemente l’importanza del tennistavolo come strumento di recupero, utilizzabile oltretutto in presenza di quasi tutti i tipi di disabilità. La pratica, al di là degli aspetti agonistici, aiuta le persone a stare meglio nella vita di tutti i giorni e può essere molto utile anche a distanza di parecchi anni dall’incidente».

Con quali docenti di riferimento hai svolto la tesi?

«La mia relatrice è stata la professoressa Maria Teresa Grilli, docente di Teoria, Tecnica, Didattica dell’Attività Motoria Adattata e la correlatrice la professoressa Melissa Milani, che insegna Scienza e Tecnica dello Sport per Disabili ed è anche la presidente del CIP dell’Emilia Romagna».

Com’è stata la raccolta dei dati?

«Piuttosto complicata, perché gli studi sull’argomento non sono molti. Ce ne sono sulla disabilità intellettiva e il tennistavolo, sugli atleti che abbiano partecipato alle Paralimpiadi, mentre per l’attività adattata e il tennistavolo come mezzo rieducativo c’è poco La mia tesi parte dall’esame della disabilità nella concezione culturale generale e tratta poi la sport-terapia, il ruolo dello scienziato motorio, che è una figura in quest’ambito nuova, che in molte realtà manca e andrebbe inserita. Inoltre parlo anche del CIP, delle unità spinali e soprattutto dell’Istituto di Riabilitazione di Montecatone e del Centro Protesi di Virgorso di Budrio, sedi dei miei tirocini con il CIP, della storia del tennistavolo italiano, del regolamento e delle patologie ammesse. Ho raccontato poi un po’ di storia delle Paralimpiadi, anche attraverso le interviste che ho fatto ad alcuni atleti».

Maria Paola Hachfeld laureataChi sono stati i tuoi interlocutori?

«Con il mio lavoro volevo dimostrare che il tennistavolo possa essere rieducativo sia per le persone che facciano agonismo sia per coloro che svolgano attività motoria adattata. Ho intervistato in tutto 49 soggetti, di cui otto agonisti. Ho coinvolto la già citata Melissa Milani, il tecnico regionale FITeT dell’Emilia Romagna, Ivan Malagoli, anche lui docente all’Università di Bologna, il direttore tecnico paralimpico Alessandro Arcigli, tre tecnici che si occupano di tennistavolo nelle due strutture citate dei miei tirocini e gli agonisti Giada Rossi in classe 2, Carlotta Ragazzini e Davide Scazzieri in classe 4, Andrea Durante e Giuseppe Marchese in classe 5, Mirko Bruschi in classe 7, più altri due pongisti in classe 9 e 10. Ho poi sentito gli altri miei atleti e coloro che ho seguito all’Istituto di Montecatone, dove ho effettuato il tirocinio. Tutti e 49 ritengono il tennistavolo riabilitativo e i 41 che non svolgono attività agonistica mi hanno risposto che continuerebbero a praticarlo, perché li fa stare bene e li diverte».

Quali benefici ti hanno maggiormente segnalato?

«L’equilibrio al 90%, la coordinazione al 77%, il benessere psico-fisico al 73% e la resistenza alla fatica al 56%. C’è poi una lunga lista di benefici, che mi sono stati segnalati sporadicamente, legati a condizioni diverse e che non è stato possibile quantificare, ma spero di poterlo fare in una successiva ricerca scientifica, come la concentrazione, l’allungamento, la reattività, la velocità, la coordinazione oculo-manuale e altri. Si è visto inoltre che all’inizio della pratica il tennistavolo giova ai miglioramenti nella resistenza al peso della racchetta, e dunque all’aumento di forza, nei soggetti con tetraplegia, alla possibilità di gestire meglio il corpo sulla carrozzina nei soggetti con paraplegia e al rafforzamento della capacità di restare in piedi da soli e di deambulare negli atleti che giocano in piedi».

Quali altri aspetti hai rilevato?

«Il tennistavolo aiuta le persone a migliorare l’uso della carrozzina, perché permette una confidenza maggiore con il mezzo, che, agonisti a parte, è lo stesso che si utilizza nella vita di tutti i giorni. Gli altri sport, invece, per la pratica utilizzano carrozzine con un assetto tecnico e dinamico completamente differente rispetto a quelle utilizzate quotidianamente. Oltre a ciò i movimenti che vengono svolti sulla carrozzina durante il gioco sono proprio quelli che coloro che subiscono un incidente devono imparare».

A cosa ti riferisci?

«La prima e più importante abilità che si insegna è la spinta in piano e nel tennistavolo i movimenti principali della carrozzina sono quelli compiuti “avanti e indietro”, che sono alla base della spinta in piano. Successivamente viene insegnata la dinamica coordinata di spinta su una ruota, mentre l’altra è ferma, per consentire la rotazione, e nel tennistavolo la spinta, viene fatta su una sola ruota e con una sola mano. Ancora, viene insegnata la presa di oggetti da terra, o comunque distanti, e nel tennistavolo altro fattore fondamentale sono gli allungamenti in avanti, per raggiungere la pallina. Questo può aiutare nella vita quotidiana ad allungarsi per raggiungere oggetti più lontani. Infine si insegna la percezione di come e quanto sporgersi prima di cadere e la ricerca della pallina sul tavolo o lateralmente al corpo aiuta proprio a combattere la paura di sbilanciarsi e cadere. Tutto ciò fa sì che gli atleti prendano più confidenza con la carrozzina che utilizzano nelle attività quotidiane. Direi di più».

Prego.

«In modo particolare all’inizio, i pazienti possono avere molta paura nell’effettuare lo spostamento dalla carrozzina che usano quotidianamente a quella sportiva, la possibilità di usare la propria può ridurre questo timore, soprattutto nei soggetti anziani».

Foto 1: gruppo FITeT, da sinistra in piedi Carlotta Ragazzini, Mattia Porro, Alessandro Arcigli, Maria Paola Hachfeld e Davide Scazzieri, in carrozzina Andrea Durante e Giada Rossi

Foto 2: Maria Paola laureata