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La famiglia ParenzanCompira 17 anni il 23 giugno ed è il più giovane della squadra azzurra paralimpica. Matteo Parenzan nel 2019 e all'inizio del 2020 ha avuto la sua consacrazione internazionale e anche in questo periodo di quarantena, che sta trascorrendo in famiglia a Opicina, in provincia di Trieste, per l'emergenza sanitaria da COVID-19, ha continuato ad allenarsi a tutta birra. Alla ripresa delle gare andrà a caccia di un posto ai Giochi di Tokyo.

Ciao Matteo, come stai riuscendo a mantenerti operativo?

«Penso di essere stato il più fortunato di tutti, perché sono tornato il 23 febbraio dalla Polonia, quando la preoccupazione era già scattata. La mia società, il Kras, mi è però venuta incontro, mettendomi a disposizione un tavolo e un robot, che abbiamo messo in garage, e dunque non mi sono mai fermato».

Come si svolge la tua attività?

«Effettuo le sessioni di videoanalisi e al tavolo in costante contatto, via web, con il direttore tecnico Alessandro Arcigli, e con il tecnico Marino Filipas, che ha già collaborato con la Nazionale, e si collega dalla Slovenia. Al pomeriggio mi alleno due ore al tavolo e svolgo anche un quarto d'ora di servizi. Ora sono stato anche inserito nella lista degli atleti d'interesse nazionale e mi auguro che ci sarà l'opportunità di riprendere gli allenamenti con uno sparring».

Durante la giornata hai anche le lezioni scolastiche?   

«Si al mattino ci vediamo su Skype, frequento il terzo anno del Liceo delle Scienze Umane "Giosuè Carducci" di Trieste. Al pomeriggio faccio i compiti e due giorni alla settimana seguo il corso d'inglese. Sono all'ultimo anno per l'ottenimento della certificazione B2. Fino a luglio dovrò impegnarmi al massimo su questo fronte, come se fosse una finale di tennistavolo».

Quali sono i ricordi migliori del tuo 2019 scintillante?

«Quello è stato per me un anno da incorniciare, perché a 15-16 anni sono riuscito a conquistare risultati che mi hanno trasmesso una grande fiducia e l'entusiasmo per continuare a lavorare duramente, per progredire nello sport e nella vita. In ambito italiano ho vinto il terzo titolo consecutivo agli Assoluti nel singolare di classe 6».

In campo internazionale la prima gara è stata il Lignano Master Open?

«Non sono andato a medaglia nè a squadre né in singolare e ho capito che avrei dovuto impegnarmi ancora di più in allenamento. La settimana dopo abbiamo gareggiato in Spagna, dove mi sono aggiudicato l'oro a squadre con il coreano Lee Se Ho. Ho battuto lo statunitense Ian Philip Seidenfeld, il campione panamericano in carica, che parteciperà alle Paralimpiadi di Tokyo. In quel momento era il n. 12 al mondo e io il n. 21. Quel successo mi ha garantito molti punti in classifica. Il torneo, però, che mi ha permesso di fare il maggiore salto nel ranking è stato a Lasko, il più importante d'Europa, a fattore 40».

Cosa è accaduto?

«In tutto gli iscritti erano 450, un vero record. La settimana prima ero stato influenzato e quindi non ero molto ottimista. Invece in singolare ho superato per 3-2 l'inglese Paul Arif Karabardak, n. 6 al mondo, contro il quale fino a quel momento avevo sempre perso. Mi sono classificato primo nel girone e negli ottavi per la prima volta ho prevalso sull'israeliano Danny Bobrov, che era avanti a me in graduatoria. Mi ha fermato nei quarti lo spagnolo Alvaro Valera, il numero 1, che ammiro moltissimo».

Il meglio, però, doveva ancora venire?

«È vero, con il romeno Bobi Simion, n. 4 al mondo, ci siamo piazzati secondi a squadre. In finale, pur perdendo, ho avuto la meglio per 3-2, rimontando da 0-2, sul cinese Chen Chao, attuale n. 9, al quale ho annullato ben sette match-point. In quella partita ho capito l'importanza di mantenere sempre al massimo la concentrazione e la freddezza. Il mio compagno di Nazionale Amine Kalem, scherzando, mi ha detto che sono rimasto di ghiaccio».

Altre soddisfazioni?

«Le due medaglie d'oro agli Europei Giovanili di Lahti, in Finlandia, riservati agli atleti Under 23, in singolare e a squadre con lo slovacco Tomas Valach, e la convocazione per la rassegna continentale assoluta di Helsingborg, in Svezia. Quando ho trovato la comunicazione ufficiale nella buca delle lettere non credevo ai miei occhi. Era il mio esordio e non ringrazierò mai abbastanza il dt Arcigli per l'opportunità che mi ha offerto. Sono felice che stia credendo in me».

Tornando agli Open internazionali?

«A Ostrava, in Repubblica Ceca, sono uscito, come sempre mi era accaduto, contro l'inglese Martin Robert Perry nei quarti. A squadre con Simion siamo saliti sul primo gradino del podio. In finale, contro la mista Gran Bretagna/Francia, ci siamo imposti per 3-2 nel doppio, che ci opponeva a Perry e a Esteban Herrault, e poi per la prima volta ho sconfitto Perry. Mi aveva battuto il giorno precedente e studiando l'incontro con Alessandro, abbiamo capito che avrei dovuto tagliare di più e affidarmi a un palleggio di alta qualità, oltreché curare il servizio e la risposta. È andato tutto alla perfezione e mi sono affermato per 3-0, mantenendo sempre l'iniziativa. È stata una soddisfazione enorme».

Altre due medaglie hanno aperto il 2020.

«In Polonia era il primo torneo in cui viaggiavo senza i miei genitori, ero con Lorenzo Cordua. In singolare ero la testa di serie numero 2 e ho raggiunto la mia prima finale in carriera, cedendo al cileno Cristian Dettoni, il n. 1, in un match nel quale non sono mai riuscito a entrare. A squadre con Perry abbiamo fatto un percorso netto. In doppio siamo stati perfetti, io preparavo il punto e lui, più potente, lo chiudeva, insomma la mente e il braccio».

Ora sei n. 13, preceduto dal cileno Matias Pino, che è stato squalificato per doping.

«Se gli togliessero i punti conquistati ai Giochi Panamericani salirei al n. 12, ma la mia situazione non cambierebbe molto, perché alle Paralimpiadi di Tokyo andranno i primi 9 e dunque sarei fuori di tre posizioni. Quando riprenderemo l'attività ci sarà da affrontare la prova di qualificazione paralimpica di Lasko, che è stata rinviata a data da destinarsi. Molto probabilmente, per centrare il pass per i Giochi, bisognerà giungere in finale, il problema è che quello sarà l'obiettivo di tutti. La posta in palio sarà altissima e, per quanto mi riguarda, non lasceremo nulla d'intentato per farcela. Se non ci riuscirò, non avrò recriminazioni e ritentero a Parigi nel 2024, quando avrò 21 anni. La mia carriera è solo all'inizio e ho appena iniziato a divertirmi».

Hai amici sul circuito?

«La persona che conosco meglio è Perry, un ragazzo molto simpatico, con il quale sono in contatto tutti i giorni. Ci mandiamo dei messaggi per sapere come stiamo. L'ho incontrato la prima volta all'Open di Lignano, io avevo 12 anni e sarà stato alto mezzo metro più di me, mi sembrava un gigante. Ho anche altri amici, come lo spagnolo Iker Sastre, di classe 2, già qualificato a Tokyo, con cui mi sento spesso, il romeno Bobi Simion e i greci Georgios Mouchitis e Kanellis Chatzikyriakos. Sono felice, perché molti avversari fuori dal campo mi vogliono bene. Mi piace parlare con loro. Le trasferte internazionali mi hanno permesso di vivere delle indimenticabili esperienze di sport, ma anche di conoscere altre culture. Sono state molto stimolanti e formative».

Nella foto Matteo Parenzan con mamma Valentina, papà Michele e il fratello Giacomo