Andreja Ojstersek Urh guida gli azzurri: “Per diventare campioni servono ordine, sacrificio e lavoro”
- Pubblicato: 09 Ottobre 2026
C’è una prima volta che vale più di una semplice novità in panchina. Perché il tennistavolo italiano affida la propria Nazionale maschile a una donna, ma soprattutto perché sceglie una professionista che ha attraversato generazioni, confini e grandi palcoscenici internazionali senza perdere di vista la sostanza del mestiere: il lavoro quotidiano. Andreja Ojstersek Urh, 63 anni, slovena, è la nuova commissaria tecnica azzurra. Prende il posto di Lorenzo Nannoni, con un contratto triennale e una missione precisa: far crescere la Nazionale, migliorare il ranking dei singoli della squadra e accompagnare una generazione di giovani verso la maturità internazionale. La FITeT ha puntato dritto e senza indugi su Andreja Ojstersek Urh, voluta fortemente dal Presidente Renato Di Napoli.
Il battesimo ufficiale non poteva essere più particolare. Gli Europei in programma dall’11 al 18 ottobre si disputano a Lubiana, nella sua Slovenia, a pochi chilometri da casa. Un esordio che ha il sapore del ritorno e, insieme, quello di una nuova sfida. “Sono praticamente a casa: vivo a Hrastnik, che dista 58 chilometri da Lubiana. Il pubblico mi conosce molto bene”. Ma adesso, davanti a lei, ci sarà una Nazionale diversa, con altre ambizioni e un percorso da costruire.
Per raccontare Andreja bisogna tornare indietro di quasi quarant’anni, quando l’Italia non era soltanto una destinazione sportiva, ma una possibilità di vita. “Sono arrivata per la prima volta nel 1989, come giocatrice della Marcozzi Cagliari in Serie A1. Sono uscita dall’ex Jugoslavia a 26 anni, prima non si poteva: chi giocava in Nazionale non aveva il permesso di espatriare fino al raggiungimento dei 26 anni per le donne e dei 28 per gli uomini”. La chiamata della Marcozzi arrivò al momento giusto. “Ho avuto un’ottima opportunità e fin da allora mi sono innamorata dell’Italia”.
Una scelta che avrebbe segnato tutta la sua carriera. Andreja era una giocatrice di livello, capace di raggiungere l’80ª posizione mondiale. Scelse di seguire in Italia il marito, Joze Urh, allora impegnato a Parma tra campo e panchina. Da lì, una lunga traiettoria attraverso il tennistavolo italiano: Genova, Muravera, Bolzano e infine Modena, dove chiuse la carriera da giocatrice nel 1996.
Nel 1992 era già arrivato un altro passaggio decisivo: il lavoro al Centro federale di Modena, in un sistema che allora prevedeva diverse strutture distribuite sul territorio nazionale. Andreja ne era l’allenatrice stabile. Il passaggio dal tavolo alla panchina, insomma, non fu una conversione improvvisa, ma la naturale evoluzione di una vocazione.
Chi la conosce la descrive con due immagini che sembrano convivere perfettamente: gli occhi sorridenti e il rigore di chi non concede sconti sul lavoro. Un sergente di ferro, si dice. Lei non si sottrae all'etichetta, ma preferisce spiegarla con semplicità. “Mi piace l’ordine e il rispetto delle regole”. Non è una questione di carattere fine a sé stessa. Nel suo modo di intendere lo sport, disciplina e rispetto sono la base sulla quale costruire ogni risultato. “Per diventare un campione servono, oltre all’allenamento, tecnica, ordine, sacrificio e predisposizione al lavoro. Il nostro è uno sport molto particolare: una stagione senza soste, dal primo gennaio al 31 dicembre”.
Parole che raccontano una cultura sportiva precisa, nella quale il talento è soltanto il punto di partenza. Per arrivare in alto servono continuità, disponibilità al sacrificio e la capacità di affrontare un calendario che non concede pause vere. È la filosofia che Andreja ha applicato per decenni, prima da giocatrice e poi da allenatrice, costruendo un percorso che l’ha portata a lavorare con atleti di generazioni differenti.
Del resto, il tennistavolo è anche una questione di famiglia. La passione arrivò da papà Vili, mentre la sorella Vesna è oggi commissaria tecnica della Nazionale femminile slovena. “Lei è molto brava”, dice Andreja con una modestia che non cancella il peso della propria carriera. Vesna ha allenato anche in Italia, a Cortemaggiore. Il marito Joze ha lavorato con i giovani azzurri, seguendo tra gli altri Leo Mutti e Baciocchi. Un’intera famiglia cresciuta tra racchette, allenamenti e competizioni.
Il rapporto con il nostro Paese non si è mai esaurito nell’esperienza da atleta. Dopo gli anni trascorsi nei club e nei centri federali, Andreja ha continuato a dividersi tra Italia e Slovenia, concentrandosi sull’attività tecnica. Nel 2008 ha assunto la guida della Nazionale femminile juniores, passando poco dopo anche alla squadra maggiore. Nel 2012 è arrivata la prima Olimpiade, a Londra, al fianco di Tan Monfardini. L’esperienza azzurra si è conclusa nel 2013, dopo i Giochi del Mediterraneo, ma il legame con l’Italia è rimasto intatto. “In Italia ho vinto anche la mia prima medaglia: il bronzo a squadre con la Jugoslavia agli Europei giovanili di Roma. Mi sono innamorata di Roma. Ho girato il mondo e posso dire che è la città più bella in assoluto”.
Poi, nel 2013, il ritorno in Slovenia e l’inizio di un ciclo lungo tredici anni alla guida della Nazionale maschile. Un periodo ricco di soddisfazioni, soprattutto nel settore giovanile, con medaglie continentali e mondiali e la crescita di talenti destinati a imporsi ai massimi livelli. Il nome che spicca è quello di Darko Jorgic. Andreja lo ha seguito fin da bambino, accompagnandone la crescita fino ai vertici del panorama internazionale. Numero uno del mondo tra gli juniores, Jorgic è arrivato fino al sesto posto del ranking assoluto e ha conquistato per tre volte consecutive la Top 16 europea.
Ma alcuni ricordi vanno oltre le classifiche. Andreja ne custodisce uno in particolare: Tokyo, Olimpiadi, il successo di Jorgic contro il giapponese Harimoto nel singolare. “È stata una partita storica. Quando Jorgic ha vinto, in Giappone sembrava che fosse crollato il mondo”. Una vittoria capace di scuotere il pubblico di casa e di dimostrare quanto il lavoro costruito negli anni possa trasformarsi in un’impresa sul palcoscenico più importante.
Con la Slovenia, Andreja ha vissuto due edizioni dei Giochi olimpici, a Tokyo e a Parigi. Esperienze che oggi rappresentano un patrimonio prezioso da mettere a disposizione dell’Italia: gestione della pressione, preparazione dei grandi appuntamenti e capacità di accompagnare un atleta nel passaggio dalle promesse ai risultati.
Ora si riparte. Cambia la maglia, cambia il gruppo, resta intatta la convinzione che i risultati siano il frutto di un processo. Andreja individua con chiarezza le priorità del nuovo incarico: “L’obiettivo è migliorare le classifiche dei singoli e il ranking della Nazionale. Abbiamo giocatori che possono crescere e un gruppo di giovani molto validi. Devono giocare e devono maturare. Più giocano, meglio è”. Nessuna promessa roboante, nessuna scorciatoia. Prima viene lo sviluppo degli atleti, poi la capacità di tradurre i progressi in risultati. La nuova CT conosce bene il valore dell’esperienza internazionale e sa che il talento, da solo, non basta. Servono partite, confronto, continuità e la disponibilità a imparare anche dalle sconfitte.
Il contratto triennale con la Federazione italiana tennistavolo offre il tempo per lavorare. Gli Europei di Lubiana, dall’11 al 18 ottobre, saranno il primo banco di prova: un debutto in trasferta soltanto sulla carta, perché per Andreja sarà anche un ritorno a casa. Conosce i luoghi, il pubblico e il peso di una competizione internazionale. Ma questa volta il suo ruolo è diverso: non difendere i colori della Slovenia, bensì guidare gli azzurri.
C’è poi un lato più personale legato all’Italia: “Mi piacciono la natura e le colline, la gente solare e aperta. La pasta la mangio solo in Italia: aglio, olio e peperoncino. E poi non parliamo della pizza”. A Parma ha scoperto anche il valore di alcune eccellenze gastronomiche, dal parmigiano al prosciutto. Dettagli apparentemente lontani dalla palestra, ma che raccontano un legame costruito negli anni, attraverso le persone e i luoghi, oltre che attraverso lo sport. La sua storia, in fondo, è quella di una donna che ha saputo attraversare confini e ruoli diversi senza perdere la propria identità. Dalla Jugoslavia all’Italia, dai tavoli di Serie A1 alle panchine olimpiche, dalla crescita di un talento come Jorgic alla nuova responsabilità con la Nazionale maschile italiana.
Oggi Andreja Ojstersek Urh torna nel Paese che l’aveva accolta da giocatrice, con un bagaglio tecnico e umano maturato in decenni di competizioni. La prima risposta arriverà a Lubiana. Le altre si costruiranno giorno dopo giorno, in palestra e in special modo al Centro federale di Terni, dove contano la qualità del lavoro e il rispetto delle regole. Perché, nella sua idea di tennistavolo, diventare campioni non è una promessa: è un percorso. E il percorso, per Andreja, comincia sempre dalla disciplina.
Intervista di Fabio Paci
Nella prima foto di Giuseppe Di Carlo, da sinistra il preparatore fisico Massimo Oliveri, Niagol Stoyanov, Carlo Rossi, Matteo Mutti, John Oyebode, Danilo Faso, Francesco Trevisan e la ct Andreja Ojstersek Urh



