La mente prima della racchetta, la lezione di Alberto Cei ai giovani atleti
- Pubblicato: 30 Luglio 2026
Non basta un dritto preciso o una risposta fulminea per costruire un campione. Nel tennistavolo, disciplina in cui ogni scambio si consuma in un amen e ogni decisione va presa in una frazione di istante, c'è un allenamento invisibile che spesso fa la differenza: quello della mente. Ed è qui che entra in gioco Alberto Cei, tra i massimi esponenti italiani della psicologia dello sport. Un curriculum che parla da solo: quattro Olimpiadi vissute al fianco degli atleti e dieci podi olimpici conquistati complessivamente dagli sportivi seguiti nel corso della sua carriera. Un punto di riferimento assoluto, con collaborazioni in numerose Federazioni sportive.
In questi giorni il prof. Alberto Cei è al lavoro al PalaTennistavolo "Aldo De Santis" di Terni, dove affianca tecnici e giovani atleti impegnati nell'Eurotalents Selection Camp, organizzato dalla European Table Tennis Union (ETTU) in collaborazione con la Federazione Italiana Tennistavolo (nella prima foto Cei durante l'attività, nella seconda con il preparatore atletico Massimo Oliveri). Il suo rapporto con la FITeT risale al 1993, quando a Fiuggi iniziò a seguire le promesse azzurre dell'epoca, da Mondello a Nannoni e Piacentini, sotto la guida del tecnico Deniso.
L'obiettivo del suo lavoro, però, va ben oltre la preparazione alla competizione: “Siamo qui a Terni con ragazzi di undici e dodici anni perché vogliamo educarli mentalmente, oltre che tecnicamente e fisicamente”, spiega Cei. “La costruzione di un giocatore passa attraverso tanti aspetti: la preparazione atletica, la tecnica, la tattica e, naturalmente, la capacità di concentrarsi. Prima si comincia, meglio è... E se qualcuno non diventerà un pongista professionista, poco importa: avrà comunque acquisito strumenti che gli saranno utili per tutta la vita, anche davanti a un'interrogazione a scuola o nell'affrontare le difficoltà quotidiane”.
Per Cei il tennistavolo rappresenta una straordinaria palestra educativa proprio perché obbliga a sviluppare qualità mentali difficili da allenare altrove. “Se il tennis è una maratona, il tennistavolo è uno sprint. È come correre i 100 o i 200 metri: nel giro di pochi secondi bisogna dare tutto, devi dare l’anima. Servono autocontrollo, rapidità di pensiero e la capacità di prendere decisioni all'istante”. La preparazione mentale, racconta, inizia molto prima del primo scambio. Anzi, nasce in quei pochi secondi che precedono l'azione, quando molti pensano soltanto a partire.
“Nello sport esiste il "pronti, via". Non c'è soltanto il via. Quando l'allenatore dà il segnale per iniziare un esercizio, conviene concedersi qualche secondo per prepararsi davvero. Un respiro profondo, espellendo bene l'aria. Lo sguardo davanti a sé. Visualizzare il movimento che si sta per eseguire, sentirne la fluidità, immaginare il braccio e le spalle che lavorano insieme. Sono gesti semplici, ma rappresentano l'inizio della preparazione psicologica e aiutano l'atleta a sentirsi realmente pronto”.
È una routine che, ripetuta ogni giorno, costruisce quella che Cei definisce la "mentalità del pongista": una predisposizione indispensabile in uno sport in cui i punti scorrono velocissimi e la prontezza mentale deve procedere di pari passo con quella fisica. “Non esiste un'età ideale per iniziare questo percorso. Prima si comincia, meglio è. Ragazzi della scuola media che hanno già disputato le prime partite e i primi tornei possono imparare a gestire meglio la concentrazione. Poche idee, ma tanta pratica. L'obiettivo è far sperimentare cosa significhi sentirsi davvero pronti”.
Ma il passaggio forse più significativo riguarda un tema che va oltre lo sport e chiama in causa anche gli adulti. Per Cei il vero nemico della crescita non è l'errore, bensì la paura di commetterlo. “Questo messaggio voglio rivolgerlo soprattutto a noi allenatori e agli adulti. Pensare che un allenamento senza errori sia un buon allenamento è sbagliato. Se non si sbaglia, probabilmente l'esercizio è troppo facile. L'errore è il momento in cui impariamo davvero”. Da qui il ruolo decisivo dell'allenatore, chiamato non a eliminare gli sbagli, ma a trasformarli in occasioni di apprendimento. “È importante che il ragazzo impari a chiedersi dove ha sbagliato e come può fare meglio. Il coach deve incoraggiare questo atteggiamento e sostenerlo fin da subito. Gli errori possono arrivare in pochi secondi. Ciò che facciamo immediatamente dopo è ciò che, con il passare degli anni, farà la differenza tra un atleta capace di competere ai massimi livelli e uno che, pur avendo qualità tecniche, continuerà a subire psicologicamente i propri errori”.
A cura di Fabio Paci
Le foto sono di Giuseppe Di Carlo


